Nel pomeriggio del 30 aprile la Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinale Roberto Repole
La Festa del Santo Cottolengo 2026, che si è celebrata giovedì 30 aprile alla Piccola Casa di Torino, ha avuto il sapore delle “cose vere”: quelle che nascono con semplicità e, quasi senza accorgersene, diventano esperienza profonda di comunione. Il tema “Fede e culture”, richiamo al cammino dell’anno pastorale 2026 verso il bicentenario dell’ispirazione carismatica cottolenghina, non è rimasto uno slogan, ma ha preso corpo nei volti, nei gesti e nelle storie di chi abita ogni giorno la Piccola Casa.
La giornata di festa si è aperta presto, quando alle 7.15 un gruppo di operatori, prima ancora di iniziare il proprio servizio, si è ritrovato nel cortile per stendere i nastri colorati. In quel gesto gratuito c’era già tutto: la cura, il senso di appartenenza e la voglia di regalare bellezza agli altri.
Alle 7 nella Chiesa Grande della Piccola Casa il Vescovo Ausiliare di Torino mons. Alessandro Giraudo ha presieduto la solenne Celebrazione Eucaristica animata dalla Corale Santa Cecilia. Le sue parole nell’omelia hanno tracciato una direzione chiara: “Guardare a San Giuseppe Benedetto Cottolengo oggi”, ha detto, “significa guardare non solo ad un’eredità ricevuta in dono, ma anche a quella novità di Dio che ogni giorno ci provoca”.
E subito la festa ha preso ritmo. I cortili e la chiesa si sono riempiti della presenza vivace degli studenti e degli operatori della Scuola Cottolengo di Torino: voci, passi, sorrisi e un’energia contagiosa. Durante la Celebrazione Eucaristica presieduta da don Alessandro Koch, sacerdote cottolenghino, quella gioia si è fatta preghiera, mostrando come la fede sappia parlare anche il linguaggio semplice e immediato dei più giovani.
Nel frattempo, come un cuore che batte in più punti, le Celebrazioni Eucaristiche sono proseguite nella Piccola Casa: nella chiesa San Pier Giorgio Frassati, presieduta da Padre Carmine Arice, nella Famiglia Annunziata, presieduta da padre Ugo Pozzoli, Vicario episcopale per la Vita Consacrata della diocesi di Torino, e nell’Ospedale Cottolengo, presieduta da don Pasquale Schiavulli. In ogni luogo, con accenti diversi, è risuonata la stessa certezza: il Cottolengo è stato uomo di fede concreta, capace di fidarsi della Provvidenza anche quando i conti non tornavano, anche quando tutto sembrava insufficiente.
Nel frattempo, il cortile si trasformava lentamente in un piccolo mondo. Stand dopo stand su “Fede e Culture”, prendeva forma un racconto fatto di oggetti, sapori, tessuti e colori. Europa, Asia, America, Africa: continenti diversi, storie lontane, ma un’unica radice. Chi passava si fermava, ascoltava, assaggiava e sorrideva. Non era solo curiosità: era l’esperienza di una fede che si incarna nelle culture senza perdere la sua essenza, anzi arricchendosi di sfumature nuove.
Nel pomeriggio, questa ricchezza è confluita nella Celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, nella chiesa della Piccola Casa gremita dalla ricchezza della Famiglia Cottolenghina. Le sue parole nell’omelia hanno toccato un punto essenziale: “il Cottolengo non ha fatto calcoli, ha amato. Anche sapendo che quell’amore era in perdita, che non poteva essere ricambiato; anche sapendo che quell’amore poteva addirittura essere tradito”.
Un amore che trova la sua forza nella fiducia che “Dio provvede ed è sufficiente Lui”. In questa luce, anche il rifiuto non spegne la carità, ma la rende ancora più vera, perché la radica nel Vangelo. Il cardinale ha ricordato come l’accoglienza sia una porta concreta di accesso alla fede: “Quando si accoglie colui o colei che si china sui nostri piedi per lavarli come ha fatto Gesù, in fondo si accoglie Gesù e l’accoglienza di Gesù non significa altro che la fede. Accogliere chi è nel bisogno vuol dire accogliere Cristo stesso. È una fede che passa dai gesti, dalle mani e dalla capacità di lasciarsi incontrare”.
La Celebrazione ha respirato un’aria profondamente internazionale. Nella processione iniziale i rappresentanti dei diversi continenti, vestiti in abiti tradizionali, hanno portato alcuni simboli religiosi tipici delle varie culture. E la preghiera dei fedeli, elevata in più lingue, ha dato voce a un’unica invocazione che attraversa i popoli.
Hanno concelebrato Padre Carmine Arice, Padre generale della Piccola Casa, don Michele Viviano sdb, Rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice, don Sergio Baravalle, Rettore del Santuario della Consolata, e diversi sacerdoti cottolenghini. Nell’assemblea c’erano la Superiora generale delle Suore di S.G.B. Cottolengo Madre Elda Pezzuto e il Superiore dei Fratelli cottolenghini Fratel Giuseppe Visconti.
Foto Renzo Bussio (Ufficio Stampa Piccola Casa):
La festa in cortile
Dopo la Celebrazione di nuovo la festa. Nel cortile, tra sorrisi e incontri, Elena, una giovane ragazza peruviana, ha regalato a tutti la danza Marinera: eleganza, ritmo, colori vivaci che sembravano raccontare una storia senza bisogno di parole. Subito dopo, lo spettacolo “Un cavolo per tutti”, preparato da giovani e ospiti, ha unito ironia e profondità, parlando del carisma cottolenghino come di qualcosa che si trapianta, cresce, si diffonde, ma chiede anche cura quotidiana. E proprio la cura è diventata gesto concreto nel dono finale: un sacchetto, preparato con pazienza dalle suore anziane dell’Annunziata insieme alle educatrici, contenente un vasetto, del terriccio e semi di cavolo. Un invito semplice e potente: prendersi responsabilità di ciò che si è ricevuto, farlo crescere nella propria vita.
Le parole conclusive dei Superiori hanno raccolto il senso della giornata. Madre Elda Pezzuto ha consegnato un’immagine concreta e profonda: “bagnate ogni giorno i semini con la fede dicendo: io sono figlio di Dio e Lui è mio Padre. Così la pianta crescerà bella e robusta”. Fratel Giuseppe Visconti ha ringraziato tutti coloro che rendono vivo oggi il carisma. Padre Carmine Arice ha ricordato che la bellezza del Cottolengo sta proprio lì, nella varietà chiamata all’unità: volti diversi, storie diverse, ma un’unica famiglia.
Il lancio dei palloncini ha chiuso la giornata con un gesto semplice e carico di significato: un pensiero agli amici lontani quasi a volerli raggiungere e a quelli già in cielo, come a dire che questa comunione non conosce confini.
E mentre i colori salivano nel cielo, restava nel cuore la certezza di aver vissuto qualcosa di autentico: una fede che si fa incontro, che attraversa le culture, che si lascia vedere nei piccoli gesti e nelle relazioni quotidiane. Una fede viva, capace ancora oggi di generare speranza.
Deo gratias!
Alcune immagini della Festa di chiusura in cortile – Foto Renzo Bussio e Ufficio Stampa Piccola Casa
Alcune immagini degli stand in rappresentanza dei 4 continenti allestiti nel cortile – foto Renzo Bussio (Ufficio Stampa Piccola Casa):
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