Piccola Casa della Divina Provvidenza
Piano Pastorale 2010-2011

Consolati, consoliamo!

Si prese cura di lui

Premessa

Cari figli e figlie della Piccola Casa,
in questi anni, attraverso i temi pastorali, abbiamo riflettuto e fatto esperienza di un Dio che sostiene la ‘nostra fragilità’ di uomini redenti da Cristo, di un Dio che ci illumina con la ‘sua Parola’ di vita, che ‘ci risana’ nel corpo e nello spirito, di un Dio che ci ama e ci manifesta il suo grande amore donandoci Gesù, suo Figlio, che ci salva sulla croce.
Questo, al di là di farci vedere una continuità con i temi degli anni precedenti, ci fa sperimentare la bellezza di essere in ogni momento amati da Dio. Tutto questo ci fa sentire in pace con noi stessi e ci fa sperimentare una grande gioia interiore; inoltre ci fa sentire realizzati in quanto possiamo sperimentare la dolcezza e la profondità di essere consolati da Dio stesso.
Da queste premesse scaturisce il tema di questo nuovo anno pastorale 2010-2011: Consolati, consoliamo! “… si prese cura di lui”.

La consolazione viene da Dio

La vita dell’uomo è strettamente legata a Dio! Da Lui riceve la vita stessa, la grazia che toglie il peccato, la capacità e la forza per vincere il male e compiere il bene. Eppure ogni uomo sperimenta drammaticamente su di sé la forza del male, la pesantezza della sofferenza, la difficoltà del vivere in determinate situazioni: quante volte l’uomo, sentendo stretto il giogo, si ribella o si rivolta contro Dio? L’uomo vorrebbe fare a meno di Dio e fare da solo, a volte si illude di aver conquistata la libertà che presto si manifesta menzognera, e lentamente ritorna sui suoi passi. Il ritorno a Dio fa sperimentare all’uomo, non la sua sconfitta, ma la presenza discreta e consolante di Dio. Quante volte nella Scrittura, attraverso l’esperienza concreta di vita di tante persone, ritroviamo questa dinamica della scoperta gioiosa e consolante di Dio accanto all’uomo!
Nella Scrittura appare chiaramente che l’unica sorgente della consolazione è Dio (2 Cor 1,3–4) per mezzo di Gesù Cristo (2 Cor 1,5) e del suo Spirito (At 9,31).
La consolazione è annunziata dai profeti come caratteristica dell’era messianica e ha il significato di dire che è terminato il tempo della prova e sta per iniziare un’era di pace e di gioia (Is 40,1).
Il termine ‘consolare’ racchiude in sé una ricchezza di significati che vanno letti insieme per coglierne e gustarne tutte le sfumature: dal ‘tirare il fiato’ in una situazione di dolore al ‘respirare profondamente’; dal ‘portare sollievo’ al ‘confortare, sostenere, incoraggiare’, …
La cosa straordinaria per noi è comunque scoprire che Dio, non solo non ci abbandona nelle difficoltà e nelle sofferenze, ma che ‘si prende cura di noi’: “porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri” (Is 40,10).

La grande consolazione: la salvezza

Svolgendo il tema pastorale dell’anno scorso‘Sofferenza di Dio, sofferenza dell’uomo’, abbiamo detto che Gesù scegliendo di andare liberamente incontro alla morte in croce, si cala dentro la sofferenza. Il senso profondo dell’avvenimento della croce è vissuto da Gesù in ossequio alla volontà di Dio, sperimenta la sua impotenza, si consegna inerme agli uomini e prova il non intervento di Dio che potrebbe salvarlo.
Gesù sceglie liberamente e consapevolmente di donare la sua vita per la salvezza degli uomini (cfr. Gv 10,18). Si identifica con l’Agnello pasquale che, sacrificato, salva la vita degli uomini, che prende su di sé i peccati della moltitudine e li espia con la sua sofferenza redentrice. Naturalmente questo in obbedienza e nella fedeltà al volere del Padre che si esprime in un grande amore per l’uomo fino a dare la vita.

Gesù consola tutto l’uomo

Quale più grande consolazione potrebbe desiderare l’uomo se non di essere salvato e avere la vita nuova? Dio salva l’uomo e lo salva nella sua interezza. L’amore di Dio, nonostante la nostra indegnità, viene dentro di noi, ci risana e ci salva.
Ci soffermiamo a meditare su una pagina del vangelo di Marco (Mc 2, 1–12) che conosciamo bene: la guarigione del paralitico.
Gesù resta impressionato dalla fede pratica e forte di coloro che gli portano davanti questo paralitico; Gesù rimane anche colpito dalla compassione che provano per questo malato impossibilitato a muoversi da solo, e opera per lui la guarigione completa del corpo e dello spirito.
La fede di chi entra in contatto con Gesù è la condizione necessaria che permette a Gesù di operare il miracolo. Nei vangeli è riportato come Gesù in alcune circostanze non poté operare miracoli per mancanza di fede. In questo caso, la fede di coloro che trasportano questo paralitico di fronte a Gesù, permette a Gesù di operare una guarigione completa nello spirito e nel corpo e diventano così il simbolo della comunità cristiana che accoglie al proprio interno ogni persona, e la rigenera nella fede. E’ una comunità che ha delle attese, ha delle speranze che realizza grazie alla fede in Cristo Gesù.
Gesù guarisce quindi non solo la parte fisica malata e più evidente, ma interviene a favore dell’uomo nella sua interezza. Il suo è un ‘prendersi cura’ in modo completo, non solo del corpo, ma anzi prima ancora, dello spirito, i cui limiti non sono così evidenti all’occhio umano. Gesù gli perdona i peccati, gli apre il cuore fino ad allora chiuso e impossibilitato ad accogliere la grazia di Dio, e gli ridona la vita.
Il male non colpisce solo il fisico, ma tutta la persona, dall’intelligenza al cuore, dalla psiche al morale, alla coscienza… Quest’uomo viene da Gesù rigenerato, restituito alla vita nuova, salvato e messo in grado di condividere i dolori, le sofferenze e le speranze degli altri uomini.
Appare così evidente come la consolazione genera in questo uomo la conversione del cuore e diventa ‘sorgente di speranza’ per gli altri uomini.

L’uomo ha bisogno di salvezza per divenire partecipe di consolazione

La sofferenza fa parte dell’esistenza umana: deriva dalla sua creaturalità e dal suo peccato. Certamente la sofferenza non la si può eliminare completamente ma va combattuta per quanto è nelle nostre possibilità. Il Papa Benedetto XVI, nella lettera enciclica ‘Spe Salvi’, afferma che “la misura dell’umanità la si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente…Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com–passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Spe Salvi n°38).
La riflessione sul tema della sofferenza che abbiamo fatto l’anno appena trascorso ci ha aiutato ad accettare il dolore e a maturare la sensibilità nei confronti di chi soffre. Ora questa sensibilità, sull’esempio di Gesù che muore in croce per noi, ci deve portare alla compassione e alla consolazione verso gli altri, cioè a una vera e propria condivisione onde evitare ogni solitudine o ripiegamento su di sé, come facilmente è portato a fare chi soffre.
“Soffrire con l’altro, per gli altri” dice il Papa al n° 39 della ‘Spe Salvi’, e subito dopo pone la domanda: “ne siamo capaci?”

Siamo capaci di consolazione?

L’interrogativo del Papa ci fa comprendere quanto sia urgente entrare nel campo formativo – educativo. Sappiamo quanto carente sia oggi l’educazione e quanto ci sia bisogno di formazione per sostenere i valori fondamentali dell’uomo. In un mondo in cui conta solo l’individuo e la sua autoreferenzialità, i valori tendono a scomparire ingoiati dall’egoismo dominante.
Occorre mettersi alla scuola di Gesù, buon samaritano, che ha compassione, che consola, per imparare a prendersi cura del fratello in stato di bisogno. È importante conoscere la persona bisognosa riconoscendo innanzitutto in lei la dignità di ‘persona’. Entrando in relazione con lei iniziamo ad avere com–passione, cioè a patire insieme con lei. Non è sufficiente, infatti, limitarsi a fare delle cose o a svolgere alcune mansioni, occorre arrivare alla com–passione, occorre ‘soffrire con l’altro e per gli altri’. Solo così si può giungere alla con–solazione come atto di amore.
Gesù ha mostrato il volto del Padre amando l’uomo fino a dare la vita, rivelandoci come giungere alla consolazione. Non è sufficiente fermarsi un attimo accanto a chi soffre o ha bisogno, neanche limitarsi a dare una pacca sulle spalle e invitare ad andare avanti comunque e poi allontanarsi frettolosamente. La consolazione esige di arrivare al cuore della persona, di penetrare nell’intimo, senza giudicarla, fino a raggiungere la disponibilità a condividere con lei tutto.
Non possiamo comprendere appieno l’arte della consolazione senza guardare a Cristo che è l’unica risposta alla sofferenza, al dolore e alle schiavitù cui è soggetto l’uomo. Gesù continua a dire agli uomini di oggi: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11, 28–29).

Come il Cottolengo, consoliamo

Sull’esempio di Gesù, buon samaritano, i santi della carità hanno operato nel loro tempo con il cuore stesso di Dio. Il Cottolengo ha dato inizio alla Piccola Casa della Divina Provvidenza per accogliere i malati, i più poveri e abbandonati dalla società, per far sentire loro la consolazione che viene da Dio. Ricordando i 200 anni dell’ordinazione sacerdotale del Cottolengo, non è difficile cogliere in lui il cuore del buon pastore che, volendo la salvezza del gregge, si prodiga ad annunciare e testimoniare l’amore di Dio Padre. Come samaritano del suo tempo, non solo ha curato, ma ‘si è preso cura’ della sorte di tante persone ridonando loro:

  • la dignità di persone amate da Dio,
  • un nucleo familiare per accoglierle,
  • alcune persone che potessero formare con loro questa nuova famiglia.

Ha inoltre offerto loro:

  • un’istruzione e un’occupazione,
  • un futuro,
  • ha fatto crescere in loro l’amore per Dio che è Padre buono e provvidente,
  • non ha avuto paura lui stesso di perdere del tempo con chi era più bisognoso.

In conclusione il nostro Santo si è preso cura dell’uomo in tutte le sue dimensioni. Ce lo ha ricordato molto bene il Papa Benedetto XVI nel suo discorso tenuto nella chiesa della Piccola Casa durante la sua visita il 2 maggio 2010: “Recupero della dignità personale per san Giuseppe Benedetto Cottolengo voleva dire ristabilire e valorizzare tutto l’umano: dai bisogni fondamentali psico–sociali a quelli morali e spirituali, dalla riabilitazione delle funzioni fisiche alla ricerca di un senso per la vita, portando la persona a sentirsi ancora parte viva della comunità ecclesiale e del tessuto sociale”.
La Piccola Casa è diventata una grande casa che accoglie e consola con la consolazione stessa di Dio tante persone che a loro volta diventano consolatrici per altre persone. Il Cottolengo, campione di umanità, diventa in questo modo maestro di consolazione. Infatti:

  • mostra l’amore di Dio Padre,
  • inculca l’amore alla Vergine Consolata il cui quadro mette all’ingresso della portineria ‘14’,
  • chiede di pregare la Madonna del Rosario,
  • addita Maria che, consolata da Dio, si fa discepola di Gesù e maestra di consolazione,
  • invita tutti ad amare Dio e il prossimo.

La Piccola Casa: casa e scuola di comunione per consolare

La Chiesa italiana nei prossimi dieci anni intende avere di mira la prospettiva educativa per poter ridare fondamento a valori cristiani quali: l’amore, la verità, la libertà, la bellezza, la vita e la morte, il dolore e la sofferenza. Appare inderogabile educare alla vita, educare al dono di sé per amore, educare alla comunione, a stare insieme perché Qualcuno ci invita a fare comunione.
Diventa allora importante:

  • educare all’ascolto,
  • ascoltare la Parola di Dio e i fratelli
  • educare al sacrificio, al dono di sé agli altri,
  • educare alla gratuità.

La Piccola Casa come casa e scuola di comunione, può diventare un laboratorio di fede per tutti coloro che vi entrano. È facendo un’esperienza di comunione che alla Piccola Casa si può ricevere il sostegno necessario per guarire dalle fragilità, per essere risanati nel corpo e nello spirito e per ricevere la consolazione che viene da Dio.

Conclusione

Non troviamo tra gli scritti del nostro Santo una trattazione specifica sul tema della consolazione. Il Cottolengo ha comunque dato delle indicazioni alle sue suore sul modo di portare avanti il servizio ai poveri. Al n. 215 di ‘Detti e pensieri’ troviamo una specie di sintesi. Dice il Cottolengo alle sue suore: “Vedete figlie mie, voi servite a questi poveretti, e siete come le loro madri; ma non basta servirli nei mali del corpo, bisogna che li serviate ancora in quelli dell’anima …. Bisogna parlare loro di Dio, … mostrando che sono figli di Dio … inculcate sempre che Gesù Cristo è morto per tutti, … e poi animateli sempre ad una grande fiducia di ottenere il Paradiso per i meriti del divin Salvatore”.
Se noi inseriamo quanto detto dal Santo nel quadro della sua spiritualità basata sulla grande fede in Dio, sulla preghiera, sul senso della Divina Provvidenza che non viene mai meno e a cui bisogna abbandonarsi, sull’amore dei poveri che sono Gesù, noi comprendiamo come proponeva di consolare i suoi poveri:

  • prendersi cura di loro come una madre si prende cura dei figli,
  • pensare non solo al corpo ma anche allo spirito,
  • far sentire loro la vicinanza di Dio che li ama come figli e che un giorno godranno del Paradiso con Gesù.

Abbiamo molti elementi su cui riflette per rendere più evangelica la consolazione che offriamo ai nostri fratelli. Preghiamo lo Spirito Santo che ci illumini sul cammino da compiere quest’anno e imploriamo la Vergine Consolata che sempre ci insegni a farci discepoli di Gesù suo Figlio. L’esempio e l’imitazione del nostro Santo ci aiutino a rendere più evangelico il nostro impegno quotidiano perché, consolati dall’amore di Dio, sappiamo a nostra volta consolare i nostri fratelli.

Torino, Piccola Casa, 2 settembre 2010

Padre Aldo Sarotto

(Testo in formato stampabile)


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