Il castello 

Torino.
Percorro le vie che da Borgo Dora conducono a Porta Palazzo,
attraverso un quartiere multiplo, multipli quartieri in uno,
abitato da un uomo altro, da lingue lontane, da una bandiera diversamente colorata,
così come le sfumature della pelle della gente che incontro.
Ma uno è l’uomo, egiziano, indiano, rumeno, uno,
vicino, distante. Uno è l’uomo di questo mondo.
Re e sovrano.
Il clamore del mercato richiama l’attenzione, mentre percorro le medesime vie,
mentre i bei palazzi della nobile città, svettano come monti, come alpi,
oltre i suoni e le lingue, oltre i limiti e i confini di questo quartiere,
portavoce di una terra diversa, ricca e povera, abitante della porta accanto,
succursale del mondo nel mio cieco villaggio occidentale.

Ruota la mappa tra le mie dita, richiamate al suono di giullari campane,
cerco una casa, una Piccola Casa,
mentre le campane ricordano al mondo il tempo scorrevole di
un’estate dormiente.
Cerco una casa e trovo un castello.
Al numero 14 è il portone regale della casa del Re,
il santo Cottolengo sapeva e sorride.
Al numero 14 abita il padrone,
ed io che voglio incontrarlo
attraverso il ponte levatoio e cerco:
mi han detto che gli occhi del Re son belli.

Una fontana mi accoglie, una sorgente,
ed ecco, un uomo, sarà lui, veste da capo cantiere,
una coppola calzata fin sul naso,
una camicia a quadri;
nasconde nella tasca di dietro uno, due, dieci lapis,
e un metro da misura, ovviamente.
Ovviamente.
Mario? Sarà lui il Re, i suoi occhi brillano, e se brillano sarà felice.
E’ dura esser Re.

Scorgo un nobile, dal portamento regale,
cavalca un giovane puledro meccanico,
è fiero, i capelli lunghi al vento sul suo giovane amico.
Le mani conducono le briglie,
le gambe inforcano la sella.
Il suo nome è Vito, sarà lui il Re,
è certo, il suo volto è fiero, e i suoi occhi brillano,
e se brillano sarà contento.
Difficile esser Re.

Ah, dilemma.
Incontro altri due tizi.
Uno è grande e forte, ha gli occhi chiusi del sognatore,
l’altro stringe il suo braccio, barcolla felice. Felice.
Oh, metafora d’amici,
uno scruta la via,
l’altro la percorre,
uno scorge le bellezza,
l’altro la raggiunge.
Sarà forse lui il Re, o l’altro, o entrambi. Felice ed Ermenegildo.
Anche a loro brillano gli occhi, uno li mostra, l’altro li conserva.
Oh, che impegno condurre un Regno.

Due troni, altri due Re. Son fratelli, gli occhi verdi smeraldo.
Mirano alto, posti sui loro troni,
mirano il cielo azzurro di una Torino d’estate,
mirano il mio cammino ascoltando musica da giullari moderni.
Egidio e Lino conoscono bene il castello,
loro sapranno dove troverò colui che cerco.
La fatica segna il loro volto,
la speranza solca il tempo.

Ed altri, altri ancora,
Con le loro speranze disperse e ritrovate,
i sogni smarriti e scoperti.
Re e Regine sono tutti attorno a me,
il Cottolengo lo sapeva, certo che lo sapeva,
Re e Regine del mondo,
Sofferenza custodita con dignità,
come il Regno di un grande imperatore.
Perle di una collana.
Cercavo una “Piccola Casa” e ho trovato un Castello,
Cercavo un Re ne ho trovati altri mille.

Antonello Caputo


Piccola Casa della Divina Provvidenza, via S. G. Cottolengo, 14 - Torino, tel.+390115225111 — Cookie policy