Sono Simone. Vi scrivo perché non riesco a contenere il desiderio di rendervi partecipi di tutto quello che ho vissuto e che ho condiviso con i ragazzi, gli altri educatori e padre Giovanni dopo la visita alla Piccola Casa. Quando si va a visitare un luogo del genere ci si lascia spesso ingannare dall’idea di trovare persone buone e volenterose che aiutano persone meno fortunate di loro, persone pie che sacrificano la loro vita o il loro tempo nell’alleviare le sofferenze di queste povere creature. La Piccola Casa della Divina Provvidenza è tutto il contrario invece.
Per me e per il nostro gruppo di ragazzi resterà il luogo dove persone che non possiedono nulla se non l’esistenza, la regalano a chi possiede una vita “normale” e completa, piena di tanti impegni, interessi, tempo libero, divertimenti e volontariato, senza che questi “normali” facciano qualcosa di particolare, senza che abbiano fatto nulla per meritarsi questo dono infinito.
Credo che nessuna persona nella mia vita, neanche la più vicina, mi abbia detto un “ti voglio bene” con la sincerità con cui me lo ha detto Lucrezia dopo 10 minuti che ci eravamo conosciuti.
Dalla condivisione dell’esperienza abbiamo appurato che siamo usciti dalle mura dell’istituto con tre certezze:
La Piccola Casa della Divina Provvidenza rimane per noi e per il mondo uno schiaffo esistenziale al buonismo da quattro soldi che si compiace solo di se stesso e che pensa di agire per dover colmare un handicap, un “errore” di partenza.
Infine, questa esperienza ci ha fatto scoprire che la carità di Cristo ci urge, ci spinge, ci mette fretta nel trovare un respiro, un squarcio di eternità in questo polmone di amore che è la Piccola Casa.
Deo gratias.
Simone