LA RELIQUIA DEL BEATO FRANCESCO PALEARI
 A VENEZIA
(16-23 dicembre 2013)

La reliquia del Beato Francesco Paleari è stata portata dalle sorelle della comunità di Bigolino il mattino di lunedì 16 dicembre 2013. E’ stata accolta dalle suore e ospiti in cappella della casa Contarini. Si è fatto il rito di accoglienza della reliquia e poi si è prolungata la preghiera come proposto dal sussidio.

Martedì 17 dicembre alle ore 15,45 vi è stata la concelebrazione Eucaristica presieduta dal delegato Patriarcale Mons. Orlando Barbaro, con il parroco della parrocchia Madonna Dell’Orto don Piergiorgio Milan, e Mons. Giacomo Marchesan già vicario per la vita consacrata. Al termine della celebrazione la reliquia è stata portata nella cappella della comunità suore, ove ogni giorno le suore hanno pregato il Beato.

In data 23 dicembre con il rito di consegna la reliquia è stata affidata alla superiora provinciale suor Mirella Bocchi ed è partita per Milano. Ringraziamo la Divina Provvidenza di questo evento e invochiamo l’intercessione del Beato Francesco Paleari affinchè benedica questa casa che è in Venezia.

Deo gratias!

 

OMELIA DI MONS. ORLANDO BARBARO, Delegato Patriarcale,
17 dicembre 2013

Siamo qui per onorare e venerare il Beato Francesco o Franceschino come familiarmente era chiamato dai suoi devoti estimatori a motivo della sua piccola statura che, oltre alla sua spiritualità che prendeva spunto dalla sua straordinaria carità lo associava al Santo Cottolengo.

Mentre leggevo alcuni cenni sulla sua vita mi è venuto spontaneo riandare ad alcune espressioni di Papa Francesco pronunciate nel discorso rivolto ai ragazzi disabili nel viaggio apostolico ad Assisi «Noi siamo fra le piaghe di Gesù, ha detto lei, signora. Ha anche detto che queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute. E mi viene in mente quando il Signore Gesù andava in cammino con quei due discepoli tristi. Il Signore Gesù, alla fine, ha fatto vedere le sue piaghe e loro hanno riconosciuto Lui. Poi il pane, dove Lui era lì. Il mio fratello Domenico mi diceva che qui si fa l’Adorazione. Anche quel pane ha bisogno di essere ascoltato, perché Gesù è presente e nascosto dietro la semplicità e la mitezza di un pane. E qui è Gesù nascosto in questi ragazzi, in questi bambini, in queste persone. Sull’altare adoriamo la Carne di Gesù; in loro troviamo le piaghe di Gesù. Gesù nascosto nell’Eucaristia e Gesù nascosto in queste piaghe. Hanno bisogno di essere ascoltate! Forse non tanto sui giornali, come notizie; quello è un ascolto che dura uno, due, tre giorni, poi viene un altro, un altro… Devono essere ascoltate da quelli che si dicono cristiani. Il cristiano adora Gesù, il cristiano cerca Gesù, il cristiano sa riconoscere le piaghe di Gesù. E oggi, tutti noi, qui, abbiamo la necessità di dire: “Queste piaghe devono essere ascoltate!”. Ma c’è un’altra cosa che ci dà speranza. Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù: sono le piaghe di Gesù in queste persone.»

Il beato Francesco nasce nel 1863 a Pogliano Milanese, in una casa dove si fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma in cui i genitori tutte le domeniche vanno a fare la comunione (a quei tempi!) e non tornano mai a casa senza portarsi dietro un povero invitato a pranzo. Perché sono convinti, e lo insegnano ai figli, che non si può ricevere Gesù senza spalancare la porta ai poveri. Da qui si capisce il perché della scelta del beato di dedicarsi totalmente al Signore non tralasciando mai, pur tra gli impegni sempre più numerosi a lui affidati dal Vescovo, di vivere stretto contatto con i poveri e sofferenti ospiti del Cottolengo di Torino. Questo contatto con gli ultimi diventa la vera sorgente della sua spiritualità e del suo impegno pastorale, quale sorgente infinita che motiva e spinge la sua testimonianza.

C’è una invocazione spesso ripetuta che ci indica le sue priorità: “Signore, insegnami ad essere furbo” è la sua preghiera preferita, che recita ed insegna ai suoi penitenti, come ricorderà il futuro cardinal Ballestrero, che andava spesso a confessarsi da lui. Ed “essere furbo”, per lui, significa pensare che tutto passa, solo il paradiso è eterno ed allora tutto deve essere fatto in vista di quello che ci attende, senza calcoli e senza perdersi di coraggio quaggiù. E’ alla luce di questa verità che si riesce a collocare il suo ampio servizio pastorale, talvolta talmente articolato da far venire le vertigini: per 53 anni sarà maestro, predicatore, confessore e direttore spirituale, in un’attività vorticosa e semplice allo stesso tempo, facendosi tutto a tutti e condendo ogni cosa con il suo inconfondibile sorriso. Perché, se del Cottolengo si diceva che era il “Canonico buono”, di don Franceschino dicono semplicemente che è “il prete che sorride”. Il suo è un sorriso che conquista: i bambini, prima di tutto, che vanno volentieri a confessarsi da quel piccolo prete, poco più alto di loro, ma anche, indistintamente, vescovi e preti, nobildonne e popolani, suore e seminaristi, che quando hanno bisogno di un conforto, un consiglio o una spinta vanno a cercare quel prete che fa sorridere il cuore. Il grande scrittore russo Fëdor Dostojevskij disse: “Se volete conoscere a fondo un uomo, giudicatelo non dalle parole, dalle lacrime o dai suoi silenzi. Neppure le sue idee ve lo faranno conoscere appieno. Guardatelo bene quando sorride. Quest’uomo è buono se il suo sorriso è buono….”. La fine della sua vita pone un suggello a tutta la sua attività di pastore buono. Nel 1936 ebbe frequenti crisi cardiache, che lo costrinsero ad una inattività assoluta, inchiodato alla sua Croce dalla malattia, fu un martirio del cuore e la lenta agonia della sua lucida e viva mente.

Con le lacrime agli occhi diceva a chi lo avvicinava: “Noi dobbiamo essere nelle mani di Dio, come una palla nelle mani di un bambino che gioca. Quanto più forte la palla viene buttata a terra, tanto più rimbalza in alto!”. I superiori tentarono di farlo migliorare facendolo soggiornare a Celle Ligure nella colonia marina, ma inutilmente, quando fu riportato a Torino alla Piccola Casa della Provvidenza, la sua stanzetta d’ammalato diventò quasi una cappella, con la semplicità di un fanciullo continuava ad ubbidire a tutti.

Dopo un’agonia di alcuni giorni morì il 7 maggio 1939, dopo tre anni di sofferenza e di lento spegnersi della sua grande vitalità. Un grande esempio per tutti, prima di tutto per noi sacerdoti, ma per ogni discepolo che vuol mettersi con tutto il cuore alla sequela di Gesù. Amen!


Piccola Casa della Divina Provvidenza, via S. G. Cottolengo, 14 - Torino, tel.+390115225111 — Cookie policy