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ges¨ e il discepolo

 

Piccola Casa della Divina Provvidenza
Piano Pastorale 2012-2013

 

La Buona Notizia

 

“La carità di Cristo ci spinge all’evangelizzazione”

 

Premessa

“Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).

Questo comando di Gesù ai suoi apostoli, nel momento in cui ritorna alla gloria del Padre, costituisce la missione fondamentale della Chiesa fino alla fine dei tempi.

Questo comando, pur essendo inequivocabile e pressante, ha bisogno di una condizione essenziale per essere convintamente ed efficacemente attuato dai discepoli di Cristo: l’esperienza del “Caritas Christi urget nos”. Questo perché è l’amore di Cristo per noi che colma i nostri cuori e che ci spinge ad evangelizzare per le strade del mondo.

La fede ha bisogno di essere comunicata come esperienza di grazia e di gioia e questo avviene quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto (cf. Benedetto XVI, La porta delle fede, Roma 2011, n. 7).

 

In cammino con la Chiesa

Sempre nella Chiesa vi è stata la necessità dell’evangelizzazione perché si giunge alla fede attraverso l’ascolto della Parola di Dio, ma nelle circostanze attuali vi è un’esigenza più viva.L’ora è venuta, affermava già Giovanni Paolo II, per intraprendere una nuova evangelizzazione”. Infatti, continua il Papa, “interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati, dal continuo diffondersi dell'indifferentismo, del secolarismo e dell'ateismo… Si è instaurato un sistema di vita vissuta «come se Dio non esistesse» (Esort. Apost. Christifideles laici, n. 34).

Del resto anche noi ogni giorno ci rendiamo conto che i messaggi inviati più insistentemente alla gente dai mass media non sono attinti dalla Parola evangelica, bensì dagli interessi economici, da una visione materialistica e superficiale del mondo e della vita umana e da orientamenti tendenti a escludere dalla vita umana ogni riferimento religioso e morale in nome della libertà dell’uomo, ignorando la reale condizione dell’uomo bisognoso di salvezza.

Il bisogno della salvezza, di cui ogni giorno constatiamo l’urgenza, impone la necessità dell’evangelizzazione. Il Vangelo deve poter arrivare a tutti, perché tutti giungano alla conoscenza della verità che salva e possano così entrare in comunione con Dio che è la ragione più alta della dignità dell’uomo (cf. GS 19).

In questo cammino il cristiano deve conoscere sempre più il mistero di Cristo, deve familiarizzarsi con la sua Parola.

Ma questo non è un esercizio del singolo come autodidatta, in balia della sua personale iniziativa, ma è un esercizio da compiere nella Chiesa in unione con gli apostoli incaricati da Cristo di ammaestrare tutte le genti. La meditazione e lo studio personale della Parola di Dio, fatti in un clima di preghiera, certamente sono indispensabili, ma sarebbero illusori e dannosi senza il confronto con la Chiesa voluta da Cristo quale Sua interprete e comunità di salvezza, nonché amministratrice dei misteri di Dio.

Di qui si spiega il richiamo fatto dal Papa Benedetto XVI ai documenti del Concilio Vaticano II, quale guida per la formazione cristiana del fedeli.

 

La Carità di Cristo spinge la Piccola Casa all’evangelizzazione

Il Cottolengo nella Piccola Casa non si poneva il problema dell’evangelizzazione come oggi ce lo poniamo noi, perché all’epoca la società era cristiana o imbevuta di cristianesimo.

Però anche allora, come adesso, vi era la necessità di far comprendere sempre meglio il mistero di Dio presente nella vita dell’uomo, perché questa comprensione non è mai stata facile e anche allora, come oggi, ci potevano essere delle difficoltà a percepire la presenza salvifica di Dio nella propria vita, specialmente per chi era sofferente, malato o abbandonato.

Nei confronti dei poveri il Cottolengo si è preoccupato di far capire l’amore di Dio Padre e la sua grande provvidenza. La vita quotidiana della Piccola Casa presentava segni indubitabili della Divina Provvidenza, che il Cottolengo non tralasciava di sottolineare.

Nello stesso tempo egli pose un punto fermo alla base di tutta la sua azione caritativa e assistenziale: la ricerca della gloria di Dio, non altri motivi, perché questa era la condizione essenziale per propiziare sulla Piccola Casa l’intervento della Divina Provvidenza.

Il richiamo poi all’esempio della prima comunità cristiana di Gerusalemme, animata profondamente dall’unione fraterna (koinonia), voleva instillare il clima di vita da realizzare nell’ambito della Piccola Casa.

Era una evangelizzazione, anche se non era chiamata con questo nome. Questo compito oggi è stato chiaramente ribadito: “La Piccola Casa si prende cura della dimensione umana e trascendente” dell’uomo (Mission 3); “Nella Piccola Casa della Divina Provvidenza ognuno può trovare senso alla propria esistenza” (Mission 6).

Di qui deriva la necessità di annunciare Cristo con le opere e la Parola sull’esempio di Cristo, il quale cominciò “a fare e insegnare” (Atti 1,1). Il servizio e l’impegno pastorale sono complementari e inscindibili.

Nello stesso tempo bisogna sottolineare che servire, riconoscendo nei fratelli dignità e presenza di Cristo, significa evangelizzare.

Occorre però tenere presente la fondamentale importanza della catechesi che da molti anni ha trovato nella Piccola Casa una realizzazione accurata, grazie all’impegno e alla collaborazione di molti, sia religiosi che laici.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che il mistero della croce costituisce il sigillo più efficace dell'evangelizzazione, sull’esempio di Cristo, il quale morì per noi e per la nostra salvezza. Mi riferisco alla sofferenza che fa parte della vita di gran parte dei figli e delle figlie della Piccola Casa.

Il mistero della croce, vissuto con i sentimenti di Cristo, diventa un contributo particolare all’evangelizzazione, perché quanto più la nostra vita è assimilata a Cristo anche nel mistero della croce, tanto più diventa segno efficace di evangelizzazione. Il Vangelo nel momento della morte di Cristo sulla croce mette in bocca al centurione romano, che era un pagano, le parole: “veramente costui era Figlio di Dio” (Mt 27,54). L’evangelizzazione diventa credibile ed efficace nel momento in cui è sigillata con la croce presente nella nostra vita.

Afferma il Papa Giovanni Paolo II: “L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore… i malati, sono l'espressione più frequente e più comune del soffrire umano… anche i malati sono mandati come operai nella sua vigna. Il peso, che affatica le membra del corpo e scuote la serenità dell'anima, lungi dal distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana e a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose” (Christifideles Laici, n. 53)

L'apostolo Paolo giunge ad affermare: «Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1, 24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato alla gioia: «sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1, 24). Similmente molti malati possono diventare portatori della gioia dello Spirito Santo in molte tribolazioni (cf. 1 Tess 1, 6). «E’ di grande importanza – continua ancora Giovanni Paolo II - porre in luce il fatto che i cristiani che vivono in situazioni di malattia, di dolore e di vecchiaia, non sono invitati da Dio soltanto ad unire il proprio dolore con la Passione di Cristo, ma anche ad accogliere già ora in se stessi e a trasmettere agli altri la forza del rinnovamento e la gioia di Cristo risuscitato (cf. 2 Cor 4, 10-11; 1 Pt 4, 13; Rm 8, 18 ss.)» (Christifideles Laici, n. 53).

In questa testimonianza la Madonna diventa per noi la stella della evangelizzazione; essa è l’icona cioè la figura esemplare del credente, del discepolo di Cristo e quindi dell’evangelizzatore. Essa, che meditava nel suo cuore le vicende che avvolgevano misteriosamente la vita di Cristo, che è stata associata intimamente ai misteri della vita del Figlio suo, diventa davvero un modello cui ispirarsi nell’esercizio quotidiano della nostra opera di evangelizzazione.

In questo modo ciò che noi possiamo proclamare agli altri con la bocca diventa anima anche della nostra vita e quindi in definitiva siamo noi stessi, anzitutto, evangelizzati. E’ ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno.

É questo l’augurio che posso fare a tutti invocando le benedizione del Signore, del Santo Cottolengo e del beato Francesco Paleari

Torino, Piccola Casa, 2 settembre 2012

Padre Lino Piano

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